Ho vissuto a Modena per 25 anni prima di prendere la strada della montagna....ero    stanca della città. Sempre traffico, semafori, file ovunque.....e così ora vivo in montagna ...Cà d'Pignat è la risposta al bisogno di verde e di silenzi.
   

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 Fondata nel III secolo a.C. dal popolo dei Celti divenne, in seguito, un importante centro agricolo durante l’Impero Romano. Il regolare impianto urbanistico della Mutina romana è riconoscibile nel nucleo centrale più antico in corrispondenza dell’attuale via Emilia. Dopo le invasioni barbariche del V e del VI secolo, Modena riprese le attività commerciali e nel IX secolo venne edificata la prima cerchia muraria che segnò lo sviluppo della città medievale, sorta con l’affermarsi dell’autorità vescovile prima e, successivamente, nel XII e XIII secolo, del Comune. È di questo periodo il Duomo, una delle più alte espressioni del romanico in Italia. Dopo un breve dominio mantovano, nel 1289, Modena torna, nel 1336, alla casata degli Estensi che la governano sino al 1796.
Gli Estensi apportano grandi trasformazioni, soprattutto fra il XVI e il XVIII secolo, essi incoraggiano anche l’attività artistica e scientifica. Quando nel 1598 Modena divenne capitale del Ducato degli Estensi si arricchì di numerosi edifici religiosi e civili che conferirono alla città un aspetto maestoso e solenne; fra gli altri spiccano il palazzo Ducale e il palazzo dei Musei. Nel XIX secolo la dinastia austro-estense si impegnò nell’ammodernamento della città che, nel 1900, subì un radicale mutamento dell’assetto urbanistico con l’abbattimento della cinta muraria.

 

Nell cuore della città sorge il Duomo, circondato da un lato dai curvilinei percorsi medievali tra case e portici, e dall’altro dalla geometricità delle strade estensi.
Per gli Este, Modena fu capitale ducale per due secoli e mezzo, dopo la perdita di Ferrara nel 1598.
 

 La Via Emilia attraversa ancora oggi il centro cittadino, separando la città medievale dalla città estense, dominata dalla mole del Palazzo Ducale.
Modena rischiò varie volte di essere distrutta dalla violenza delle acque non più arginate nei secoli postimperiali, e la sempre più scarsa popolazione fu costretta a rifugiarsi nel vicino borgo murato di Cittanova.

Le reliquie del patrono San Geminiano però, non furono mai trasferite e intorno alla chiesa, dove era rimasto il vescovo, si formò un nuovo nucleo abitato che nell’891 il vescovo Leodoino cinse di mura.
Ormai risorta Modena nel 1099 pose mano alla costruzione della nota Cattedrale, e nel 1135 finalmente il Comune ottenne la sua autonomia politica. In quegli anni Modena, da sempre ghibellina, visse un periodo di grande rivalità con la guelfa Bologna, e nel 1182 riuscirà ad avere l' Università.

La fine di questa lotta termino' nel 1249 a Fossalta, dove i Bolognesi fecero prigioniero il figlio di Federico II. Quaranta anni dopo finì anche la libertà comunale di Modena con la dedizione a Obizzo II d’Este, marchese di Ferrara.
L’anno successivo avrà inizio la costruzione del castello estense, nuovo simbolo del potere in luogo dei palazzi comunali di piazza Grande. Nel 1306 una rivolta contro gli Estensi ripristinò per pochi anni il Comune.
Modena, venne racchiusa in queste mura, fu città ad economia fluviale, percorsa da canali che alimentarono le sue manifatture. Alcuni di questi canali diedero il nome alle vie principali della città, quali corso Canal Chiaro, via Canalino e corso Canal Grande.

Nel 1336 a Modena ritornarono definitivamente gli Este e la storia della città sarà da allora e per quasi tre secoli la stessa di Ferrara.
Successivamente , a partire dal 1546 a Modena vennero eseguiti dei cambiamenti urbanistici, quali l’interramento dei Canali, creando delle strade, la costruzione della stazione ferroviaria e l’allestimento dei giardini ducali;nel 1630 venne eretta la poderosa mole quadrilatera del Palazzo Ducale, nuova sede della corte trasferitasi a Modena nel 1598, dopo la cessione di Ferrara al papa.

Modena diventò la nuova capitale del ducato, e tale rimase anche quando nel 1815 gli Austriaci si insediarono tramite un nipote dell’ultimod' Este.
Fra il 1880 e il 1920 furono abbattuti anche i bastioni dell’ultima cinta estense, e al loro posto fu costruita una circonvallazione di viali, oltre la quale Modena si è espansa ed ha visto la sua popolazione aumentare di un terzo.

Lo stile romanico pur con tutta la ricchezza e varietà delle sue espressioni fu un'arte europea: si può anzi affermare che esso fu il primo grande stile europeo. L'arte romanica è costituita da una particolare concezione dello spazio fondata su principi di ordine e di disposizione gerarchica delle masse e dei volumi entro una concezione severa, monumentale dello spazio.  Nella chiesa romanica sia i volumi che le superfici murali sono fortemente differenziati ( ad esempio con l'uso di pietre bianche e nere nella superficie).  Anche le sculture ( quasi soltanto bassorilievi ) e le decorazioni (affreschi, mosaici, pitture su tavola), pur rivelando spesso una fantasia esuberante e una predilezione per le figure strane e terribili, vengono collocate in posizioni rigidamente definite ( facciate, portali, capitelli delle navate) e sono concepite come elementi che sottolineano le scansioni spaziali definite dall'artista.  Esse narrano al fedele una storia la cui trama è fissata dalla rivelazione e della quale il diavolo è un protagonista ricorrente.  L'esperienza di raccolta umiltà che l'uomo vive nella chiesa romanica di fronte alla maestà di Dio è ancor più accentuata dalla poca luce che filtra dalle piccole e rade finestre.

La solennità dell'arte romanica i suoi opprimenti volumi, la sua calma severità si comprendono pensando al suo arcaismo, al suo ritorno alle forme semplici, stilizzate, geometriche: fenomeno che si accorda con il generale orientamento autoritario del tempo. Questa arte è omogenea, meno differenziata e non dipende più dal raffinato gusto della corte come l'arte bizantina. Essa è più rozza e primitiva ma parla direttamente il linguaggio educativo del rinnovamento religioso.

Dello stile romanico Modena ne è sicuramente un esempio ricco e ampio di cui esprime il meglio di se attraverso il Duomo, la torre Ghirlandina e piazza Grande che nel 1997 sono dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

Tutto ebbe inizio dal desiderio di dare al santo patrono, San Geminiano, una "casa degna della sua grandezza". Parola di Relatio sive descriptio de innovatione ecclesie sancti Geminiani mutinensis presulis.

L'anno è il 1099 e, per volontà del clero, dei nobili e dei cittadini, viene eretto il duomo di Modena, chiamato anche "Casa di San Geminiano".

Per dare corpo al progetto viene chiamato Lanfranco "mirabile artefice e meraviglioso costruttore" che ha il compito di organizzare e dirigere i lavori. All'interno l'architetto applicò una sobria bicromia bianco-rosso, mentre all'esterno realizzò un insieme caratterizzato dal candore dei materiali.

Furono utilizzati pietre e marmi di spoglio, anche ricavati dalle residue rovine romane, creando così, una specie di collegamento tra antico e moderno: cioè fra la tecnica del laterizio praticata ampiamente in età romana e quella della pietra, più propria del periodo medioevale.

Quella di Wiligelmo è un'indagine sulla vita umana, dalle sue forme più violente a quelle più alte e fortemente contrassegnate da una potente spinta esistenziale, che lo scultore ha saputo tracciare con la naturalità propria di chi coglie la vita nei suoi aspetti di materia e di spirito insieme: la fatica del lavoro, per esempio, presente nei mestieri dei campi rappresentati nel secondo bassorilievo, e invece la gioia del ritrovarsi, dell'esserci ancora, che caratterizza i volti del figli di Noè usciti dall'Arca dopo il grande terrore della catastrofe universale.

Del lavoro di Wiligelmo resta un'iscrizione che si può notare nel lato sinistro del protiro principale e a livello dell'arco del portale. E' una scritta in latino, retta dai profeti Enoc ed Elia, che recita: "Mentre il cancro supera trionfale il corso dei gemelli / nel tempo del mese di giugno, il quinto giorno prima delle idi (9 Giugno) l'anno dell'Incarnazione di Dio mille e cento meno uno / fu fondato questo Duomo del grande Geminiano. Quanto tra gli scultori tu sia degno di onore, / è chiaro ora, o Wiligelmo, per le tue opere scolpite".

Un segno, dopo novecento anni di tramando di vita e di vicende spesso cruente, che l'arte può e sa realizzare, consegnandocela attraverso le epoche, l'idea forte di una radice remota ma perennemente viva, il deposito di un'identità collettiva che scavalca le vicissitudini del tempo.

 

Formella di Wiligelmo sul lato destro della facciata del Duomo di Modena (foto dell'autore)  

La facciata esibisce alcune formelle dello scultore Wiligelmo, uno dei più antichi che la storia dell'arte italiana ricordi. La formella sopra il portale di sinistra mostra la creazione dell'uomo e il peccato originale; quella a sinistra del portico centrale mostra la denuncia del Peccato, la cacciata dal Paradiso e la condanna al lavoro; quella a destra del portico centrale mostra il sacrificio di Caino e di Abele, l'assassinio del secondo e la mancata confessione di Caino; quella sopra il portale di destra mostra infine la morte di Caino, il diluvio universale e le tre stirpi umane nate da Noè (vedi la foto qui sotto, scattata dal sottoscritto). Lo scopo di queste formelle è evidente: a quell'epoca la liturgia era in latino ed il popolo non sapeva leggere, per cui l'unica forma di catechismo possibile era questa "Biblia pauperum" scolpita nella pietra. Si noti anche che la teologia medioevale tendeva a "terrorizzare" il fedele con l'ossessione del peccato, mentre oggi la predicazione postconciliare pone piuttosto l'accento sulla misericordia divina e sul perdono del peccatore.

All'interno abbiamo potuto vedere una cattedrale costruita... a piani sovrapposti. Sotto, la cripta con la tomba di San Geminiano, vescovo di Modena contemporaneo di Sant'Ambrogio (morì nel 397) ed oggi patrono della città, tanto che i modenesi vengono chiamati anche i "Gimignani". Poi, il piano dei fedeli, e più in alto l'area un tempo riservata ai canonici, dove era officiata la Messa. Quest'ultima area, diversi metri sopra le altre due, è chiusa da un'iconostasi opera di Wiligelmo, inizialmente ornata con le formelle che oggi si trovano sulla facciata e che vi ho testé descritto. Poi, la necessità di contrastare la predicazione degli eretici convinse i canonici della Cattedrale a spostarle sulla facciata e sostituirle con le scene oggi visibili dell'Ultima Cena, della Passione e Morte di Nostro Signore, tutte neotestamentarie e quindi incentrate sulla figura di Gesù. Da notare anche il fatto (rimarcato da Livetti) che, mentre oggi le chiese si preferiscono semplici e spoglie per contrapporsi al turbinio soffocante del mondo moderno, così da diventare un'isola di pace e di meditazione, in passato fuori dal Tempio non c'era praticamente nulla, e dunque tutte le opere d'arte possibili ed immaginabili erano concentrate qua dentro.

Dopo aver ammirato un polittico trecentesco in legno dorato, uno ottocentesco in cotto ed i meravigliosi intarsi lignei del coro siamo tornati all'aperto, osservando la porta del Principe, aperta su piazza Grande per permettere l'ingresso ai duchi estensi, trasferitisi qui dopo aver perso Ferrara, un'iscrizione che assegna al vescovo di Modena il titolo di abate di Nonantola, in passato tanto potente che i suoi possedimenti si estendevano dal pavese fino all'Umbria, ma oggi pressochè abbandonata (sic transit gloria mundi!); ed infine le unità di misura modenesi chiaramente segnate sull'abside esterna della cattedrale, tanto per testimoniare come tutta la vita del Comune medioevale ruotasse intorno ad essa.

 

A questo punto siamo andati a dare un'occhiata all'Accademia, già sede degli Estensi, la cui facciata è tutta in mattoni, e poi abbiamo girato attorno al centro di Modena passando per le sue caratteristiche strade medioevali che il collega Livetti conosce benissimo, avendo abitato e lavorato qui a lungo. Infine abbiamo attraversato il Parco Novi Sad, già Foro Boario, che testimonia l'esistenza a Modena di uno dei più grandi mercati di bestiame d'Europa. Non è certo facile trovare oggi uno spiazzo verde del genere a due passi dal centro di una città, ed infatti a Milano queste antiche aree verdi sono state quasi tutte cementificate. Infine, costeggiando di nuovo lo stadio siamo risaliti sul pullman alle 17.15, ed alle 20.15 eravamo già di ritorno a Gallarate, dopo un tranquillo tragitto in autostrada.

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