| Ho vissuto a Modena per 25 anni prima di prendere la strada della montagna....ero stanca della città. Sempre traffico, semafori, file ovunque.....e così ora vivo in montagna ...Cà d'Pignat è la risposta al bisogno di verde e di silenzi. | |
...Modena ...
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Lo stile romanico pur con
tutta la ricchezza e varietà delle sue espressioni fu un'arte europea:
si può anzi affermare che esso fu il
primo grande stile europeo. La solennità dell'arte romanica i suoi opprimenti volumi, la sua calma severità si comprendono pensando al suo arcaismo, al suo ritorno alle forme semplici, stilizzate, geometriche: fenomeno che si accorda con il generale orientamento autoritario del tempo. Questa arte è omogenea, meno differenziata e non dipende più dal raffinato gusto della corte come l'arte bizantina. Essa è più rozza e primitiva ma parla direttamente il linguaggio educativo del rinnovamento religioso. Dello stile romanico Modena ne è sicuramente un esempio ricco e ampio di cui esprime il meglio di se attraverso il Duomo, la torre Ghirlandina e piazza Grande che nel 1997 sono dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Tutto ebbe inizio dal desiderio di dare al santo patrono, San Geminiano, una "casa degna della sua grandezza". Parola di Relatio sive descriptio de innovatione ecclesie sancti Geminiani mutinensis presulis. L'anno è il 1099 e, per volontà del clero, dei nobili e dei cittadini, viene eretto il duomo di Modena, chiamato anche "Casa di San Geminiano". Per dare corpo al progetto viene chiamato Lanfranco "mirabile artefice e meraviglioso costruttore" che ha il compito di organizzare e dirigere i lavori. All'interno l'architetto applicò una sobria bicromia bianco-rosso, mentre all'esterno realizzò un insieme caratterizzato dal candore dei materiali. Furono utilizzati pietre e marmi di spoglio, anche ricavati dalle residue rovine romane, creando così, una specie di collegamento tra antico e moderno: cioè fra la tecnica del laterizio praticata ampiamente in età romana e quella della pietra, più propria del periodo medioevale. Quella di Wiligelmo è un'indagine sulla vita umana, dalle sue forme più violente a quelle più alte e fortemente contrassegnate da una potente spinta esistenziale, che lo scultore ha saputo tracciare con la naturalità propria di chi coglie la vita nei suoi aspetti di materia e di spirito insieme: la fatica del lavoro, per esempio, presente nei mestieri dei campi rappresentati nel secondo bassorilievo, e invece la gioia del ritrovarsi, dell'esserci ancora, che caratterizza i volti del figli di Noè usciti dall'Arca dopo il grande terrore della catastrofe universale. Del lavoro di Wiligelmo resta un'iscrizione che si può notare nel lato sinistro del protiro principale e a livello dell'arco del portale. E' una scritta in latino, retta dai profeti Enoc ed Elia, che recita: "Mentre il cancro supera trionfale il corso dei gemelli / nel tempo del mese di giugno, il quinto giorno prima delle idi (9 Giugno) l'anno dell'Incarnazione di Dio mille e cento meno uno / fu fondato questo Duomo del grande Geminiano. Quanto tra gli scultori tu sia degno di onore, / è chiaro ora, o Wiligelmo, per le tue opere scolpite". Un segno, dopo novecento anni di tramando di vita e di vicende spesso cruente, che l'arte può e sa realizzare, consegnandocela attraverso le epoche, l'idea forte di una radice remota ma perennemente viva, il deposito di un'identità collettiva che scavalca le vicissitudini del tempo.
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La facciata esibisce alcune formelle dello scultore Wiligelmo, uno dei più antichi che la storia dell'arte italiana ricordi. La formella sopra il portale di sinistra mostra la creazione dell'uomo e il peccato originale; quella a sinistra del portico centrale mostra la denuncia del Peccato, la cacciata dal Paradiso e la condanna al lavoro; quella a destra del portico centrale mostra il sacrificio di Caino e di Abele, l'assassinio del secondo e la mancata confessione di Caino; quella sopra il portale di destra mostra infine la morte di Caino, il diluvio universale e le tre stirpi umane nate da Noè (vedi la foto qui sotto, scattata dal sottoscritto). Lo scopo di queste formelle è evidente: a quell'epoca la liturgia era in latino ed il popolo non sapeva leggere, per cui l'unica forma di catechismo possibile era questa "Biblia pauperum" scolpita nella pietra. Si noti anche che la teologia medioevale tendeva a "terrorizzare" il fedele con l'ossessione del peccato, mentre oggi la predicazione postconciliare pone piuttosto l'accento sulla misericordia divina e sul perdono del peccatore.
All'interno abbiamo potuto vedere una cattedrale costruita... a piani sovrapposti. Sotto, la cripta con la tomba di San Geminiano, vescovo di Modena contemporaneo di Sant'Ambrogio (morì nel 397) ed oggi patrono della città, tanto che i modenesi vengono chiamati anche i "Gimignani". Poi, il piano dei fedeli, e più in alto l'area un tempo riservata ai canonici, dove era officiata la Messa. Quest'ultima area, diversi metri sopra le altre due, è chiusa da un'iconostasi opera di Wiligelmo, inizialmente ornata con le formelle che oggi si trovano sulla facciata e che vi ho testé descritto. Poi, la necessità di contrastare la predicazione degli eretici convinse i canonici della Cattedrale a spostarle sulla facciata e sostituirle con le scene oggi visibili dell'Ultima Cena, della Passione e Morte di Nostro Signore, tutte neotestamentarie e quindi incentrate sulla figura di Gesù. Da notare anche il fatto (rimarcato da Livetti) che, mentre oggi le chiese si preferiscono semplici e spoglie per contrapporsi al turbinio soffocante del mondo moderno, così da diventare un'isola di pace e di meditazione, in passato fuori dal Tempio non c'era praticamente nulla, e dunque tutte le opere d'arte possibili ed immaginabili erano concentrate qua dentro.
Dopo aver ammirato un polittico trecentesco in legno dorato, uno ottocentesco in cotto ed i meravigliosi intarsi lignei del coro siamo tornati all'aperto, osservando la porta del Principe, aperta su piazza Grande per permettere l'ingresso ai duchi estensi, trasferitisi qui dopo aver perso Ferrara, un'iscrizione che assegna al vescovo di Modena il titolo di abate di Nonantola, in passato tanto potente che i suoi possedimenti si estendevano dal pavese fino all'Umbria, ma oggi pressochè abbandonata (sic transit gloria mundi!); ed infine le unità di misura modenesi chiaramente segnate sull'abside esterna della cattedrale, tanto per testimoniare come tutta la vita del Comune medioevale ruotasse intorno ad essa.
A questo punto siamo andati a dare un'occhiata all'Accademia, già sede degli Estensi, la cui facciata è tutta in mattoni, e poi abbiamo girato attorno al centro di Modena passando per le sue caratteristiche strade medioevali che il collega Livetti conosce benissimo, avendo abitato e lavorato qui a lungo. Infine abbiamo attraversato il Parco Novi Sad, già Foro Boario, che testimonia l'esistenza a Modena di uno dei più grandi mercati di bestiame d'Europa. Non è certo facile trovare oggi uno spiazzo verde del genere a due passi dal centro di una città, ed infatti a Milano queste antiche aree verdi sono state quasi tutte cementificate. Infine, costeggiando di nuovo lo stadio siamo risaliti sul pullman alle 17.15, ed alle 20.15 eravamo già di ritorno a Gallarate, dopo un tranquillo tragitto in autostrada.
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