|
Non esistono documenti che certifichino con
esattezza il periodo ed il luogo in cui l'Aceto Balsamico
Tradizionale si sia originato. Prodotti ad esso
assimilabili, mosti e aceti variamente miscelati, erano già
variamente consumati nelle prime civiltà medio-orientali,
nell'antica Grecia ed in Roma imperiale. Richiami
all'impiego di aceti agrodolci si susseguono nei secoli; la
letteratura antica ne fa ripetuti cenni affiancando ad essi
avvenimenti e personaggi storici.
Con lo scorrere del tempo la spirale bibliografica tende a
spostarsi tra Ferrara e Reggio Emilia facendo infine centro
nella città di Modena. In essa, nel 1598, si trasferì da
Ferrara la Corte Ducale Estense, ed è da tale ambiente che
emergono le prime documentazioni in cui si fa precisa e
dettagliata citazione dell'aceto balsamico.
Sembra quindi che la ricchezza ducale avesse prima gustato
poi fatto proprio un prodotto del luogo, già esistente da
tempo tanto da risultare maturo ed apprezzabile. Da allora
l'Aceto Balsamico e la città di Modena proseguirono assieme
il corso della storia. Il Balsamico diventa così qualcosa di
definito, ancorato alla tradizione, un gioiello pregiato
frutto di tecniche non più casuali, ma di operazioni curate
e sistematiche.
Nel 1796 i francesi di Napoleone Bonaparte, occupata Modena,
smantellarono le acetaie ducali vendendone i barili alle
famiglie più facoltose della città. Questa imponderata
divisione portò, con acceso senso di prestigio, il
diffondersi dell'aceto balsamico in diverse abitazioni
modenesi. Solo dopo il 1815 si riuscì in parte a ricostruire
l'acetaia ducale. Gli anni successivi furono prolifici di
documentazioni riguardanti il Balsamico; figura di spicco in
tale periodo fu il Duca Francesco IV, che di questo aceto fu
attento estimatore. Lo stesso sovrano Vittorio Emanuele II,
accolto a Modena il 4 maggio 1859, rimase rapito dal
"gioiello nero" trovato nei sottotetti del Palazzo Ducale.
L'attrazione fu tale da spingere il Re ad ordinare il
trasferimento dei barili migliori in Piemonte nel regio
castello di Moncallieri. Di quelle botti non si ebbe più
notizia. Nell'anno successivo, come unica coincidenza,
l'esperto enologo Ottavio Ottavi chiese informazioni,
all'ombra della Ghirlandina, presso Francesco Aggazzotti sul
come condurre una acetaia (lasciando intuire che il nuovo
ambiente stava inducendo lo spegnimento di quell'aceto così
radicato in Modena). Prendendo spunto da un manoscritto di
un anonimo del '700, l'Aggazzotti rispose con una lettera
che diventò, in pratica, la base metodologica per produrre
l'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena.
Di questo manoscritto seguono i riferimenti.
| In cinque o sei barili,
preferibilmente di ginepro o, in mancanza di castagno,
o, in mancanza, di morogelso (da altri legni non si
ottengono buoni barili da aceto) di diverse
capacità, disposti in fila secondo le dimensioni,
dopo purgati con i consueti modi e quindi lavati
all'interno con aceto bollente, si metta per ogni
barile un poco di aceto forte, dall'uno a due
boccali secondo la capacità dei barili, oppure si
introducano delle cosiddette madri di aceto: quindi
si empiano pressoché del tutto, meno cioè circa
quattro dita con mosto tratto da uva di buona
qualità |
 |
| bianca, dolce e ben matura dopo averlo fatto
bollire finché sia calato di un terzo e dopo averlo
lasciato raffreddare: non si turino le aperture
superiori dei barili ma si coprano soltanto in modo da
difendere l'accesso agli insetti. Si prescinde dall'indicare qui i
diversi mezzi per formare aceto forte o madri di aceto, senza
avere altro aceto o altre madri, sia per la facilità di trovarne
sempre ovunque, sia perché detti mezzi sono notorii. Di mano in
mano che col tempo va calando il liquido nei barili, si
supplisca la calata nel più piccolo con quello del barile più
vicino, quindi al calato ed al levato di quest'ultimo col
liquido dell'altro contiguo barile e così via fino al più grande
nel quale si sostituisce con mosto come prima.
Dopo qualche anno, quando avrà cominciato a
formarsi l'aceto, si potranno inserire uno o due barili
disponendoli con gli altri secondo la capacità, in fila e
distribuendo in tutti i barili l'aceto in modo che sempre la
maggior parte del già formato, o di prima qualità, occupi il
barile più piccolo e quindi quello di seconda qualità il barile
attiguo e così via via.
Lo stesso negli anni seguenti finché non si abbia una serie fra
i ventiquattro e i trenta barili.
Ogni cinque o sei anni
sarà bene estrarre le madri dai barili, eliminarle ove
siano soverchie, conservarne ove siano poche, avvertendo
di lavarle bene con aceto prima di introdurle di nuovo
nei barili.
Se l'aceto di qualche barile tendesse all'aspro, si
correggerà con mosto fatto bollire di più del
sopraindicato.
Ad accellerare la
formazione dell'aceto balsamico, gioverà assai esporre
l'aceto della miglior qualità al sole in cassette di
molta superficie e basse, ricoperto di un velo,
ripararlo dalle mosche e dalle vespe.
|
|